Casa Lonati è stata la fioritura degli anni milanesi, sbocciata dopo che per anni avevo preparato il terreno aspettando la Primavera. E’ successo per caso, grazie all’interessamento di un amico generoso che procurò la commessa, un incarico arrivato nel momento giusto, mentre ancora mi spingeva avanti il vento dell’esposizione che avevo fatto l’anno prima al Fuori Salone, e avevo forza e coraggio per gestire l’intero processo, dal progetto alla realizzazione dei lavori, in prima persona (cioè da solo), compresa – quello che era l’aspetto più importante – la costruzione degli arredi in legno.
Ero arrivato a mettere a punto la definizione poetica dello spazio così come per me significava, cioè quello che significava per me “architettura”, quello che distingueva l’architettura dall’ordinaria pratica edilizia, dalla svilente e avvilente professione.
E che sostanzialmente consisteva nella consapevolezza, acquisita dopo anni di studio vero, lontano dalle scuole, della ineludibile connessione delle cose, per cui ogni aspetto di ogni muro, di ogni stanza, di ogni vano, di ogni soglia, di ogni angolo del soffitto o del pavimento non poteva che essere in relazione con tutto il resto, e cioè con ogni altro aspetto di ogni altro muro, di ogni altra stanza, di ogni altro vano, di ogni altro angolo, di ogni altra cosa, che necessariamente diventava una cosa unica, pur essendo scomposta in infiniti aspetti.
Ed era la cosa che voleva essere detta, nel senso che quello era il modo in cui la cosa voleva essere detta.
E cosa voleva essere detto?
Che solo la vita contemplativa è la vita che vale vivere e che ha senso di essere vissuta, e cioè la vita in cui lo spazio e il tempo si incurvano piegati dalla gravità del tuo pensiero, e dunque a tua misura.
Questo, soltanto questo deve dire l’architettura, se ne è capace. Altrimenti taccia.
Il signor Lonati non aveva consapevolezza piena di tutto questo, ma aveva il buon gusto di saper stare un passo indietro, che è la prima regola della buona riuscita di ogni cosa: lasciar fare a chi sa farlo meglio.
Il lavoro durò per quasi un anno, e ancora per due o tre primavere fiori continuarono a sbocciare. Il loro profumo si affievoliva, tuttavia, e poi svanì del tutto, portando con sé nel nulla altre cose, altre storie e altre vite.
Una stagione era finita, e bisognava prepararsi a partire. La banderuola affumicata gira senza pietà, e non c’è verso di fermarla.































