La Stanza del Tè

paraventow

Nell’intimo delle opere d’arte non penetriamo mai; è già abbastanza poter girare intorno ad esse, ricavarne – osservandole – qualche appunto.
Hugo von Hofmannsthal

La Stanza del Tè è grande quattro stuoie e mezzo, secondo quanto stabilito da Vikramadytia, e può accogliere al massimo cinque persone. La porta è alta non più di 90 centimetri, perché tutti, grandi e piccoli, re e servitori, devono inchinarsi per entrare, in segno di comune umiltà. Vi si  accede  percorrendo un sentiero che attraversa il giardino e allontana il visitatore dal mondo esterno.
Dentro non c’è alcun oggetto, all’infuori di quelli necessari alla funzione del Tè. C’è silenzio, e in una piccola nicchia sono esposte una pittura e una composizione floreale.
Entrare nella Stanza del Tè significa uscire dalla dimensione ordinaria, composta per noi dalla nostra intelligenza, per entrare in una dimensione diversa, in cui, grazie anche al Tè, alla pittura, alla composizione floreale e al rituale che la funzione richiede, l’intelligenza in qualche modo viene attutita e si placa la sua fame perenne di spiegazioni e di analisi, che sempre assorbe tutta la poca energia disponibile.
E’ un luogo che ha la capacità di provocare un cambiamento di stato, cioè un movimento interiore.  Questo mutamento di stato ci consente di risvegliare modalità di percezione usualmente dismesse, e in questa condizione lo scambio tra noi e le cose diventa vicendevole e bidirezionale, nel senso che si può arrivare a questo stato grazie alla pittura, al  Tè, alla composizione floreale, al piano relazionale che risulta dall’insieme di queste cose, ed è  una volta giunti a questa condizione che siamo in grado di apprezzare pienamente la pittura, il Tè  e la composizione.

Questo è  l’unico modo in cui ci si può avvicinare ad un opera d’arte sperando di poterne ricavare qualcosa di più di una semplice informazione.  Un opera d’arte infatti ha senso, cioè è nel pieno della sua funzione, solo nel momento e nel luogo in cui viene realizzata, e per chi la sta realizzando, cioè per chi sta costringendo dentro segni materiali ciò che non si può materializzare.
E tuttavia ciò che tocca, l’arte anche  lo degrada; perché per quanto grande possa essere lo sforzo, e per quanto definita possa essere la sintesi, rimane sempre parola seconda. Come la filosofia, che è amore per la sapienza, nasce solo quando la sapienza è perduta, anche l’arte, che è tentativo di giungere all’essenza,  nasce quando è perduta per l’uomo la possibilità di conoscere l’essenza delle cose, cioè del mondo, senza mediazioni di sorta.  Così la fruizione dell’opera a posteriori, a freddo,  pone inevitabilmente una distanza ulteriore, che rende i contorni confusi, e spesso produce financo fraintendimenti. Specie se questa fruizione avviene in luoghi che inevitabilmente parlano di qualcosa, e dunque parlano d’altro, come sono tutti i musei, che spesso invero dicono solo la mancanza di cura, oltre che di consapevolezza, di chi pensa che delle opere d’arte possano stare allineate su un muro come figurine nell’album dei calciatori.
L’esito di ciò che l’artista aveva tentato, il lavoro più difficile che un uomo possa compiere, dire cioè qualcosa che non può essere ascoltato, o far vedere qualcosa che non può essere visto, diventa così una notizia di terza mano, informazione tra le altre, esperienza per sentito dire.
Ma il suo lavoro non è  stato invano. Perché quel limare, quel passare e ripassare nello stesso tratto con la matita, quello sforzo immenso che serve per rendere il tocco più leggero dell’aria, quel sottrarre materia dal blocco di marmo dell’esperienza, produce, negli esiti più fortunati, quel segno minimo comune in grado di costituirsi come fondo comune dell’esperienza, comune a tutti gli essenti, e idoneo, perciò, ad essere sentito anche al di fuori dell’esperienza specifica che l’ha prodotto.
E’ così che l’opera parla a chi riesce a raggiungere, raccontandogli quello che ognuno vuol sentirgli dire. E questo è un evento, cioè questo evento è il senso del lavoro di una vita dell’artista, che non potrà mai avere luogo in un museo.

Nella vita quello che prendiamo (con l’intelligenza),  lo portiamo fuori e così lo perdiamo.  Quello che non perdiamo, e che quindi continuiamo a tenere dentro di noi,  è quello che non abbiamo preso, perché già l’abbiamo; e che resta però nascosto anche per noi, che ormai solo con l’intelligenza riusciamo a conoscere. Ma ci illudiamo di conoscere, accontentandoci (inconsapevolmente, cioè con convinzione) della scialbatura delle cose, illudendoci di sentire; perché l’intelligenza non sente, annota soltanto, dispone per elenchi di cose simili o definisce per sottrazione, tutto in qualche modo storpiando.
Solo attraverso questa esperienza che l’opera d’arte ci consente riusciamo a prendere senza lasciare, a conoscere senza perdere, perché quello che il minimo segno possibile può dirci rispetto a qualsiasi cosa è già dentro di noi;  il lavoro dei segni infatti non è di dire qualcosa di nuovo, o qualcosa che non sappiamo, ma di far parlare qualcosa che dentro di noi stava in silenzio, e quindi di far parlare noi, senza che noi stessi sapessimo di poter parlare in quel modo e di poter dire quelle cose. Perché avevamo dimenticato.
In questo momento, e per tutta la sua durata,  il nostro corpo diventa  il supporto fisico di una sostanza che è qualcosa di diverso e di più del corpo stesso.


La possibilità di incontrare questi segni che a tutti gli effetti possiamo definire metafisici,  è la speranza che ci fa continuare a cercare. Continuare e non cominciare, perché per cominciare si comincia sempre per caso.
Non è detto che accada. Potremmo passare la vita incontrando migliaia di cose, e non quella che ci parla. Ma una volta incontrata la prima cosa, la prima poesia, il primo disegno, la prima musica, la prima chiesa, la prima collina che digrada verso il mare come l’anca di una donna, questa rivelerà una mancanza e quindi ne chiamerà un’altra;  l’altra a sua volta chiamerà di nuovo, e così non si smetterà più di correre da una mancanza all’altra, da una poesia all’altra, da una chiesa all’altra, da una casa all’altra, da una città all’altra, da un libro all’altro, da una donna all’altra, e ogni volta si tornerà indietro con un frammento da aggiungere, una nuova testimonianza da vagliare, una nuova serie di immagini da annotare e catalogare, una nuova vita da sognare. Una nuova esperienza alla quale dare stanza.
Comincerà in questo modo quel lavoro di dissezione che l’intelligenza porta avanti senza fatica, quel lavoro efficace  attraverso il quale, smembrando l’opera in tutti gli aspetti che riusciamo a cogliere, speriamo di scoprirne i segni nascosti, originari, primigeni. Questo è il lavoro in cui l’intelligenza si esalta, e con il quale ci illude di poter dare forma durevole a quella sostanza evanescente di cui negli istanti della meraviglia avevamo avuto presenza, a quell’esperienza che vorremmo poter replicare.
E come ogni fabbro, o piuttosto come ogni falegname, l’intelligenza ha bisogno di spazio: sono necessarie tante stanze,  perché servono tanti tavoli, perché ogni cosa pretende di esistere e di avere luogo, di stare sempre in vista, pretende luce e ascolto, ma anche silenzio e isolamento, e perciò ogni cosa vorrebbe una stanza tutta per sé, in cui poter evocare l’esperienza di cui è frutto, perché sappiamo che solo così, cioè nel silenzio di tutto, le cose possono parlare.
Per questo alla prima stanza se ne aggiungerà presto un’altra, e poi di nuovo, e in breve la casa diventerà  un vero e proprio labirinto; e capiremo col tempo, cioè solo dopo esser passati attraverso anni, che costruire labirinti è l’unico divertimento che l’intelligenza si concede, salvo poi rimanerne prigioniera, e tenere noi con essa a ragionar di nulla. Perché dei fili in realtà esistono, e sono ben visibili, e dunque rimanere nel labirinto è solo una scelta di autocompatimento, che tuttavia necessità di anni per manifestarsi nella sua vera forma. Anni nei quali non si fa che aggiungere stanze a stanze, e costruire corridoi che uniscano tutte le stanze, alcuni lunghissimi, perché le stanze da unire si trovano a grande distanza tra loro; altri larghissimi perché ci sono stanze che continuamente travasano materiale l’una nell’altra e viceversa. E con nostra meraviglia, e a riprova che niente è mai inutile, troveremo a un certo punto inaspettati corridoi che ci condurranno in stanze che non siamo stati noi a costruire; che nate dal lavoro della nostra intelligenza tuttavia sfuggono al nostro controllo.
E dunque bisognerà ora ricominciare da capo, tornare indietro a rivedere cose che avevamo lasciato, che però, in conseguenza di ciò che abbiamo appena visto, sono cambiate. Nel tentativo di fare chiarezza si cercheranno così altre informazioni, e si troveranno altre opere ad aiutarci. Le quali tuttavia ci porteranno a riconsiderare tutto quello che avevamo visto e conosciuto, e così si andrà avanti senza soluzione di continuità, e presto ci si renderà conto del fatto di non poter più governare il processo, di non poter più seguire alcuna direzione perché impossibilitati a scegliere tra mille direzioni possibili ed equivalenti, le quali tutte chiedono di essere esperite. Noi cerchiamo quella non equivalente, quella che costituendosi come differenza determini uno scarto. Sul quale scarto speriamo di poter cogliere dei segni che ci parlino d’altro.

Con questo immane lavoro l’intelligenza può riuscire a produrre (questa è la speranza) ciò che l’artista produce per altra via ma non con meno fatica; perché l’intuizione artistica altro non è che la scintilla prodotta dal quello sfregamento della materia che dura una vita intera.
La speranza è vana, ma il lavoro non sarà stato inutile: l’intelligenza ci  ha portato fin dove oltre non ha più facoltà di andare. Dandoci in questo modo la possibilità di affacciarci su quell’abisso la cui profondità possiamo solo intuire.
Il passo successivo non sta ad essa, ma senza il suo lavoro non saremmo potuti mai arrivare lì, sotto al limite, cioè al cospetto del sub-limen.
Ed è vero che servono tante  stanze,  ognuna piena di tavoli sui quali  tenere aperti libri e disegni , e tanti corridoi che uniscano tutte le stanze.
Ma si dice anche che Vikramaditya  un giorno accolse nella sua Stanza del Tè  il santo Manjusri e ottantaquattromila discepoli del Budda.

(Sakai Hoitsu, “Erbe, fiori e arbusti dell’autunno e dell’inverno”, paravento pieghevole a due pannelli, cm. 164.5 x 181.8, periodo Edo)

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